PERGOLESI: MITO E REALTÀ


Il destino di Giovanni Battista Pergolesi fu certamente singolare. La sua vita fu brevissima, concentrata in cinque, sei anni di intensa attività  compositiva (nacque nel 1710 e si spense a soli 26 anni nel 1736), e la sua fama fu limitata – durante la sua esistenza – a Napoli e a Roma: i contemporanei ne riconobbero certamente il genio, ma la sua figura non si stagliò in maniera particolare sullo sfondo ricchissimo della vita musicale del tempo. Dopo la sua morte, un numero ristretto di sue composizioni (gli intermezzi La serva padrona e Livietta e Tracollo, una limitata scelta di arie dai due drammi per musica Adriano in Siria e L'olimpiade, alcune cantate e soprattutto il Salve Regina in do minore e lo Stabat Mater) si diffusero in tutta Europa e divennero in breve tempo oggetto di culto da parte dei melomani. La celebrità  del compositore fu sanzionata sul piano internazionale nel 1752 dalla cosiddetta Querelle des bouffons, durante la quale gli Enciclopedisti fecero delle sue opere (o almeno di quelle poche che conoscevano e in particolare della Serva padrona) un vessillo contro l'arte ufficiale dell'Ancien Régime. Rousseau, D'Alembert, Diderot, tra gli altri, ne esaltarono le caratteristiche di spontaneità, di chiarezza, di naturalezza, che sembrarono incarnare, appunto, il senso di un demistificante ritorno dalla convenzione e dalla moda alla natura. «Pergolesi nacque e la verità fu rivelata», secondo la significativa, lapidaria sentenza di un musicista dell'epoca, Modeste Grétry. Ma dopo questa parentesi, che fu essa stessa una forzatura del significato dell'arte pergolesiana, il collimare di certi aspetti del suo intimismo patetico con tendenze e atteggiamenti della sensibilità  preromantica e romantica, e la leggenda – formatasi sotto lo stimolo di suggestioni squisitamente letterarie – del musicista grand et malhereux, geniale e infelice, dell'artista perseguitato per eminenza di natura e d'ingegno dagli uomini e dal destino, finirono per sottrarre Pergolesi alla sua più reale dimensione estetica per farne un'idea o un simbolo lirico del preromanticismo e del romanticismo europeo. Si finì, in tal modo, per accentuare esageratamente certe componenti dell'arte pergolesiana, specie quelle più scopertamente sentimentali, ignorandone altre, non meno importanti. E poiché molte sue opere non giustificavano l'oleografica immagine che il pubblico si era fatta del musicista, parve naturale attribuirgliene arbitrariamente altre, che meglio parevano adattarsi a quella fittizia immagine critica. Fu questa una delle ragioni – certo non la sola – che produsse un fenomeno molto curioso per l'epoca, il fiorire di centinaia di apocrifi: opere prodotte da musicisti di minor levatura o semplicemente di minor fama, quando non addirittura da speculatori e da veri e propri falsari, che vennero spacciate per composizioni pergolesiane. Solo negli ultimi decenni la musicologia ha fatto giustizia di queste false attribuzioni, ricostituendo un corpus di opere indubbiamente autentiche e riportando la biografia di Pergolesi alla dimensione dei fatti, sottraendola alla deformazione del mito.